Se hai fatto anche solo un paio di stagioni da queste parti, Gabriele Sacchi lo conoscevi. Magari non sapevi il cognome, magari lo chiamavi soltanto Gabriele, ma la faccia sì. Era quello che trovavi al parco assistenza con le mani sporche a un'ora in cui gli altri avevano già chiuso il furgone. Era quello che alla Fettunta c'era sempre, anno dopo anno, come una costante del calendario. Aveva corso per decenni su queste colline, a sinistra e a destra dell'abitacolo, con macchine grosse e macchine piccole, e non l'aveva mai fatto per arrivare da qualche parte. Lo faceva perché era il posto dove stava bene. Il venerdì sera, le note da ripassare, il cronometro, la strada di casa che diventa prova speciale. Poi tutto il resto della sua vita veniva dopo, ed era una vita grande anche quella.

Il falegname di via dei Ceramisti
Faccio ancora fatica a scriverne al passato. Gabriele era nato nel 1970 e a Lastra a Signa ci era cresciuto, ci aveva messo su famiglia e ci aveva aperto bottega. Faceva il falegname, in via dei Ceramisti, dentro quel pezzo di paese dove si lavora con le mani da sempre. Chi ha visto un falegname vero all'opera sa che non è soltanto un mestiere di fatica: è un mestiere di occhio. Devi capire come lavora il legno, dove tiene e dove cede, quanto puoi spingerti prima che la venatura ti tradisca. Devi immaginare il pezzo finito prima ancora di tagliarlo. Ecco, quella stessa testa Gabriele se la portava dietro quando si infilava in una macchina da corsa. La precisione, la calma, il rispetto per la materia. Non era un caso che andasse forte. Era il modo in cui faceva le cose.
Trent'anni con l'impermeabile giallo
Poi c'era l'altra metà della sua vita, quella che molti di noi hanno scoperto un pezzo alla volta. Trent'anni di volontariato. Dieci con La Racchetta, venti con la VAB di Limite sull'Arno, sempre in prima linea, sempre disponibile, sempre quello che rispondeva al telefono quando gli altri si erano già messi a letto. Era il veterano che formava i ragazzi nuovi, quello che ti spiegava come si sta su un fronte di fuoco senza fare l'eroe. Ed era partito anche lontano da casa, quando è servito: L'Aquila dopo il terremoto, l'Emilia, l'alluvione dell'Empolese poco più di un anno fa. I suoi compagni di squadra, quando lo raccontano, arrivano sempre allo stesso dettaglio. Quell'impermeabile giallo da pescatore che si ostinava a indossare al posto della dotazione di ordinanza, turno dopo turno, alluvione dopo alluvione. Una cosa buffa, se vogliamo. Ma è così che funziona la memoria: ti restituisce le persone dai particolari storti, non dalle frasi solenni.
La memoria ti restituisce le persone dai particolari storti, non dalle frasi solenni.Reggello Motor Sport ASD

Da tutti e due i lati della macchina
In gara Gabriele aveva fatto praticamente tutto. Aveva guidato e aveva navigato, e questa è una cosa più rara di quanto sembri, perché sono due mestieri diversi che chiedono due teste diverse. A sinistra serve il polso e il coraggio; a destra servono lucidità, ritmo e la capacità di tenere calmo chi hai accanto. Lui sapeva stare in tutti e due i posti. Negli anni si era seduto su macchine molto diverse fra loro, dalle integrali turbo delle epoche gloriose alle piccole aspirate da battaglia, e questo gli aveva costruito un bagaglio che si vedeva a occhio nudo: si adattava a tutto, con qualsiasi fondo e qualsiasi cielo sopra la testa.
Negli ultimi anni la sua casa sportiva era la Jag Sport, la scuderia di San Casciano, e il suo terreno di caccia erano le gare di qui. Aveva corso con Maurizio Verdiani, con Paola Ferrari, con chiunque avesse voglia di condividere un fine settimana di curve e di officina. Perché è questo il punto vero. Nei rally di zona la scuderia è una famiglia allargata, si lavora la notte, ci si presta i pezzi, ci si aspetta al riordino. Gabriele lì dentro ci stava benissimo. Conosceva tutti, davvero tutti, e tutti gli volevano bene.
Sei chilometri che portano il suo nome
Quando ci siamo trovati a costruire il 3° Rally Città di Scandicci e Colli Fiorentini, nel novembre scorso, non c'è stata nemmeno la discussione. Una delle prove speciali doveva chiamarsi come lui. Non per rito, non per cerimonia. Perché era giusto così. La PS Gabriele Sacchi è poco più di sei chilometri disegnati dentro Lastra a Signa, e la scelta della zona non è stata affatto casuale. Sono le sue strade. Quelle su cui è cresciuto, quelle a due passi dalla sua bottega, quelle che ha percorso per decenni con i mezzi della VAB durante i giri di controllo, con la radio accesa e l'estate addosso. Metterci sopra un rally significava riconsegnargliele.
Ci sono passate decine di macchine, due volte, con i motori in coppia e la polvere che si alzava dalle scarpate. Un rumore assurdo, se ci pensi. Ma per chi era lì, e per chi gli voleva bene, non era rumore. Era un saluto fatto nell'unica lingua che Gabriele avrebbe capito al volo.

Alessio, e un sedile che cambia lato
C'è però un'immagine che vale più di tutto il resto, ed è quella con cui mi piace chiudere. Nel 2024, al 2° Rally di Scandicci, Gabriele aveva fatto una scelta bellissima: si era spostato a destra e aveva lasciato il volante ad Alessio, suo figlio, per farlo debuttare. Padre navigatore, figlio pilota, la sua Opel Corsa e un fine settimana intero a dettare note e a tenere a bada l'entusiasmo di un ragazzo alla prima gara. Erano andati forte. Primi di classe.
Un anno dopo, al rally successivo, Alessio si è presentato di nuovo alla partenza. Da solo, stavolta, nel senso che il posto di suo padre era vuoto. Stessa macchina, la medesima Opel Corsa con cui avevano vinto insieme, quella che era di Gabriele e lo sarà sempre. E accanto a lui, con il quaderno delle note sulle ginocchia, c'era Barbara, sua madre. Hanno affrontato anche la prova che porta il nome di Gabriele, curva dopo curva, in casa loro.
Non so dire cosa si provi a fare una cosa del genere. So soltanto che quella macchina, quel giorno, non stava correndo contro il cronometro.

Ciao Gabriele.

